BEATO CHI SOFFRE? VI Domenica del Tempo ordinario (c)- di Fra Umberto Panipucci


IL VANGELO DI OGGI

BEATO CHI SOFFRE?

VI Domenica del Tempo ordinario (c)

+In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.+

Tra le Beatitudini riportate da Matteo e quelle tramandate da Luca si possono notare facilmente alcune differenze. Fra queste, una delle più evidenti, è il fatto che in Luca il l’episodio avviene su una pianura (dopo essere “disceso con i dodici”), mentre in Matteo il discorso diventa “della montagna” perché viene proferito su un monte, a una ristretta cerchia di discepoli, mentre la folla è giù ad aspettare. In intrembi i casi gli echi del racconto mosaico delle tavole della Legge sono forti. Se l’intenzione di Matteo era quello di far capire come la via delle beatitudini fosse difficile e quindi per pochi, Luca sottolinea invece che la santità è una vocazione universale: è per tutti. A riprova di questo possiamo facilmente notare come la folla a cui parla Gesù è composta da galilei, giudei e pagani provenienti da Tiro e Sidone, una rappresentanza di tutta l’umanità riconciliata dalla figura di Cristo. Matteo è invece meno preciso al riguardo (Cfr Mt 5,1ss). Sembra quasi che Gesù abbia tenuto questo discorso due volte: la prima sul monte ai Dodici, dove sottolinea più la dimensione spirituale e morale della sua visione, mentre la seconda volta, quella lucana, l’argomentazione è espressa in termini molto più semplici e diretti, proprio perché il Maestro si sta rivolgendo a tutta l’umanità. In questo modo i due racconti delle beatitudini diventano complementari.

+Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:+

Quello che si posa sui discepoli è uno sguardo di misericordia e amore. Gesù non ci guarda dall’alto verso il basso, ma al contrario, alza lo sguardo come farebbe un servo, con la testa china in segno di sottomissione, che si rivolge al padrone. L’umiltà di Cristo è esemplare anche in questo caso.

+«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.+

In Matteo si parla di “poveri in Spirito”, ovvero tutti coloro che hanno come unica ricchezza Dio stesso e amano quest’ultimo con cuore indiviso. Luca è meno preciso, ma con questo vuole mettere in evidenza come il povero sia più facilitato ad amare Dio, perché meno distratto dalle mollezze del mondo e le sue innumerevoli tentazioni, la povertà diventa un vantaggio e una condizione privilegiata per avere parte al Regno di Dio (ovvero Cristo stesso)

+Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.+

In Matteo gli affamati anelano alla giustizia, per Luca, molto attento alla carità, la fame è quella che tutti intendiamo normalmente. Del resto la miseria che affama il mondo nasce dall’ingiustizia.

+Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.+

Questo versetto non si discosta molto da quello corrispondente nelle beatitudine matteane. Il dolore trova senso nella fede. La condizione di sofferenza ai tempi di Gesù (e spesso anche oggi) veniva interpretata come una punizione mandata da Dio. Gesù sovverte questa “tradizione” attribuendo al “pianto” un valore salvifico e una premessa alla gioia eterna. La sofferenza illuminata dall’evangelo scava dentro noi una “cisterna” che verrà colmata da una Gioia senza fine. Dalle Beatitudini in poi coloro che patiscono devono essere rispettati e serviti perchè sono i prediletti di Dio, proprio come per una madre amorevole lo sono i figli più bisognosi di cure e attenzioni.

+Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.+

Gesù fa un elenco di promesse, ma alla fine sembra quasi volerci dire che non le manterrà. Non è così ovviamente. ma, se non andiamo oltre il comune modo di pensare, rischiamo di giungere proprio a questa conclusione. La via della santità non è mai stata facile: chi di voi conosce un profeta che abbia avuto un’esistenza spensierata? Eppure negli occhi di queste donne e questi uomini brilla una luce che in nessun’altro sguardo si può scorgere, qualcosa in grado di farci presumere che insieme alle loro tribolazioni essi vivono una gioia così grande da dargli la forza di affrontare qualsiasi avversità.

+Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».+

Gesù inverte specularmente ciò che ha espresso nei confronti dei “figli delle beatitudini” rivolgendosi a chi sta “bene” ed è indifferente al dramma di chi soffre. Queste persone dimostrano una “impermeabilità” alla Grazia di Dio; per questo subiranno delle conseguenze negative. Ciò, oltre ad essere una implicita denuncia all’ingiustizia sociale di quei tempi, rispecchia lo spirito più autentico delle Chiesa nascente, tutta volta ad eliminare le sperequazioni presenti al suo interno e a porsi come modello concreto e alternativo per una nuova società (Atti 2,42-48). Ciò evidenzia come le beatitudini di Luca si riferiscono a poveri ed affamati veri e li mette a fianco di chi, annunciando il Vangelo, soffre a causa di esso. Se le beatitudini di Matteo sono la carta magna della santità, quelle di Luca lo sono per la società e la Chiesa, che Cristo, come il concilio Vaticano II ribadisce nella Gaudium et Spes, vuole attivamente impegnata nella costruzione di un mondo migliore.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

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