IL VANGELO DI DOMANI SPIEGATO DA FRA UMBERTO PANIPUCCI


LA CHIAVE DEL CIELO

XXX Domenica del tempo ordinario (B)

Mc 10, 46-52.

+”In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».”+

Il prefisso “bar” nei nomi di origine semita sta per “figlio di”. In questo Caso Bartimeo non voleva dire che “il figlio di Timeo”, qualcuno a cui non veniva concesso nemmeno la dignità di un nome e che veniva riconosciuto solo perchè figlio di un tale che il nome invece l’aveva. Un disabile ai tempi di Gesù non aveva le garanzie che oggi gli concede la società, per la famiglia restava solo una bocca da sfamare che non produceva reddito e, a quei tempi, non era facile mantenere una persona improduttiva. A un cieco non restava che affidarsi alla pietà della sua comunità diventando così un mendicante. Immaginiamo quest’uomo messo ai margini dai suoi, che lo costringono a mendicare, dalla sua comunità che non gli concede che un posto a terra, ai lati di una strada a sperare nella pietà di qualcuno e che nessuno gli rubasse quel poco che la gente gli concedeva. Proviamo a calarci nei suoi panni quando sente una folla di persone imploranti che chiedevano al falegname di Nazareth una guarigione, giustizia, una risposta alle loro domande. Proviamo a sentire quella Speranza che deve avergli infiammato il petto appena saputo che Gesù, il famoso taumaturgo, di cui si diceva potesse essere quel Messia che Israele attendeva stava passando proprio li, lungo la sua strada, davanti al suo posticino. La sua grande occasione finalmente era giunta! Il Cristo non poteva restare indifferente a tutto il dolore e l’umiliazione in cui era stata sommersa la sua vita, un figlio di Abramo non poteva vivere così, anzi, nessuno doveva trascinare la sua esistenza in quel modo! Ed ecco quel Grido sale: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.*

+Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».+

La gente lo rimprovera. Il grido doveva essere davvero alto per infastidirli e addirittura coprire tutte le altre grida. Bartimeo stava dando il meglio di se, mettendo a frutto tutto quello che aveva imparato con il suo mestiere di mendicante: inchiodare il passante con la sua voce facendo vibrare in essa il timbro del dolore e della disperazione , colpendo dritto alla sua coscienza, costringendolo a piegarsi davanti alla sua miseria. Sapeva anche che doveva essere insistente, fastidioso, consapevole di dover accettare il rischio di un calcio ed uno spintone (e probabilmente ne ha avuti anche in questa circostanza). Ma Bartimeo non aveva paura di essere picchiato da qualche vigliacco, anzi, il suo grido divenne ancora più vigoroso, pieno di quella forza che solo la sua “debolezza” poteva dargli.

+Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. +

Tra le cento voci Gesù ascolta proprio la sua. L’orecchio di Dio è teso verso il grido dei suoi figli più bisognosi proprio come l’attenzione di una madre premurosa si rivolge sopratutto verso i suoi figli più fragili e deboli. Bartimeo getta via tutto quello che aveva: il mantello logoro e le poche monete racimolate, tutto ciò che poteva rappresentare la sua sicurezza. Coloro che accolgono la chiamata sanno che niente può essere considerato sicurezza al di fuori di Cristo, così ogni altra cosa può essere sacrificata per meglio seguirlo, questa è la povertà in Spirito

+Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.+

Fino a quel momento Gesù sembrava sordo a tutte le suppliche che gli rivolgevano. Ma i segni che Egli concedeva dovevano essere soprattuto un “in-segnare”, non una prestazione ne una manifestazione di potere.Il Cristo, ascoltando Bartimeo, ammirando come la sua disperazione tramutava in sfrontata Speranza e notando, infine, come cercavano inutilmente di farlo tacere, permise a qualcosa della sua dolorosa esistenza di arrivargli al cuore. Ecco, era giunto il momento di parlare al suo popolo, di mostrare ad Israele quanta dignità avesse quell’uomo a cui non era stato dato nemmeno il privilegio di essere chiamato con il suo nome. Colui che è venuto per servire manifesta così tutto il suo desiderio di farlo: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”, la stessa risposta aveva dato ai due figli di Zebedeo, ma con esito diverso (cfr. Mc 10,36), se il primo chiedeva che gli fosse riconosciuta la dignità di figlio, i secondi cercavano gloria e onore. Probabilmente Gesù già sapeva cosa il cieco volesse chiedergli ed era in fondo evidente, ma proprio attraverso quella domanda egli manifesta al suo gregge quella che è insieme la sua essenza e la sua missione. Bartimeo riconosce Gesù come il messia che doveva venire, si appella al suo amore e alla sua misericordia, lascia le sue sicurezze e lo chiama maestro: non era solo pronto ad essere guarito ma anche a seguirlo ed essere uno de suoi più ferventi discepoli. Ed è così il figlio di Timeo fece del suo “essere nessuno”, della solitudine e della miseria materiale, la sua più grande forza e ricchezza. Potessimo anche noi trasformare le nostre miserie in forza spirituale per innalzare ferventi preghiere e ottenere ciò che è bene per noi e per il mondo, sì, è quando siamo deboli che diventiamo forti (cfr. 2Cor 12,10).

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

*Il titolo che il cieco di Gerico attribuisce al Mastro Nazareno è ancora legato all’attesa di un Messia Regale, il concetto “Gesù Figlio di Dio” farà fatica a farsi strada nella mentalità ebraica, molto meno in quella pagana dove l’idea che le divinità fossero in grado di generare altre divinità era diffusa.

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