SENZA ASCOLTO NON C’È PROFEZIA XXIII Domenica del tempo ordinario di Fra Umberto Panipucci


SENZA ASCOLTO NON C’È PROFEZIA

XXIII Domenica del tempo ordinario

Mc 7, 31-37

+In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.+

La Decàpoli era un territorio formato da dieci città, a est del mare di Galilea, prevalentemente di cultura greco-romana e quindi pagana, ma che ospitava in se un cospicuo numero di ebrei. La fama di Gesù guaritore si era diffusa anche in questa zona, così che molta gente portava a lui dei malati perchè fossero guariti. Da notare: Tiro e Sidone sono menzionate da Gesù come città pagane per eccellenza, quindi in “perfetta” contrapposizione a quelle giudaiche, vedi Mt 11, 20-24.

+Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.+

Questi versetti hanno un contenuto simbolico complesso e profondo il cui messaggio si incentra sul valore salvifico e sacramentale della Parola. Vediamo chiaramente in questi versetti come la sordità sia legata in modo diretto all’incapacità di esprimersi (il nodo alla lingua), se dunque l’uomo è impedito nel “sentire” non può nemmeno comunicare, così chi ascolta la voce di Dio nemmeno sarà capace di annunciare la Parola L’uomo viene prima allontanato dalla folla, immagine della pressappochismo e della confusione etica, ma anche della confusione interiore do chi non sa prendere posizioni chiare nella vita e che quindi rimane “numero della folla”. Per ascoltare la voce di Dio dobbiamo dunque fare silenzio in noi stessi, e “diventare sordi ai rumori del mondo” come diceva Seneca. Questa ricerca di un luogo tranquillo indica anche bisogno di vivere un’intimità speciale con il Signore: lo sposo della nostra anima. La preghiera ha due dimensioni che devono alternarsi come un respiro: l’unacomunitaria, l’altra è personale. Se nella prima si vive la condivisione, nella seconda sperimentiamo la dimensione intima, che può diventare anche ascetica e mistica. Le dita poste nelle orecchie fanno pensare a un artigiano che plasma il suo vaso, proprio come le mani di Dio hanno plasmato l’uomo; l’ascolto vero e libero, senza il condizionamento ideologico, culturale e politico compie un nuovo atto creativo e ci “ri-modella”. La Parola plasma e lavora la nostra anima rendendola bella, splendente come solo l’artigiano divino può fare. L’altro gesto ancora più forte e carico di significati può lasciarci un po’ impressionati, certamente questo discorso non tocca l’uomo di allora che aveva un’idea meno asettica e “igienista” del rapporto interpersonale. La saliva intrisa del respiro di Gesù (immagine dello Spirito che soffierà sugli apostoli), non può che rappresentare ancora una volta La Parola che arriva attraverso sua stessa umanità per arrivare a noi ed essere messa sulla nostra lingua. Dopo che l’uomo ascolta davvero la voce di Dio non può che essere un profeta. La profezia non è solo un evento comunicativo isolato, ma una dimensione che abbraccia ogni aspetto della vita, dal nostro modo di fare spesa alla banca che scegliamo, dal modo in cui trattiamo gli altri alla nostra sessualità, tutto diventa una testimonianza o una contro testimonianza, dipende da noi. L’ “effatà” proferito da Gesù mi fa pensare a Mosè che “apre” il Mar Rosso: stavolta però non è Israele a passare, ma Dio, che riesce a farsi strada ( o meglio “farsi ascoltare”) presso un’umanità che resiste alla suo messaggio d’Amore e lo fa testimoniando a sua volta amore per noi, incontrandoci nel nostro mai sazio bisogno di guarigione, fisica e spirituale.

+E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».+

Proprio i pagani lodano e riconoscono Gesù, un’anticipazione della vocazione universale all’elezione e alla santificazione del genere umano. Tuttavia essi non lo lodano per la “buona novella del Vangelo”, ma piuttosto per le guarigioni avvenute. Questo modo di celebrare l’opera del Maestro mette in risalto solo il suo aspetto più utilitaristico, ne consegue una distorsione del suo messaggio, il quale annuncia qualcosa di molto più profondo e radicale, meno utile alla attuale situazione contingente, ma fondamentale per la dimensione eterna. La stessa umiltà di Gesù vorrebbe evitare la sua esaltazione e far si che venisse lodato il Padre, ma Dio ha voluto che il mondo lo adorasse gli rendesse gloria proprio attraverso l’incarnazione dell’unigenito.

Fra Umberto Panipucci.

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Buona Domenica


email: pugliadaamareonline@gmail.com

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