NEL MISTERO DELLA TRINITÀ di Fra Umberto Panipucci



NEL MISTERO DELLA TRINITÀ
Mt 28, 16-20
+In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.+ Dopo aver manifestato la sua resurrezione alle donne che si erano recate al sepolcro, Gesù indica loro il luogo dove si sarebbe incontrato con il resto dei discepoli (cfr. Mt 28, 1-10), si trattava, probabilmente, del monte delle beatitudini. Così il Maestro fa percorrere a ritroso sia fisicamente che mentalmente il percorso che ha condotto tutti ai fatti avvenuti a Gerusalemme, in modo che potessero confrontarsi con le parole e gli insegnamenti ricevuti fino a quel momento. Come Mosè sul Sinai ed Elia sull’Oreb, la prima comunità cristiana va incontro a Dio su un monte perchè, come è successo con i due grandi profeti, le sarà consegnata una missione e una nuova legge, nello spirito delle beatitudini. +Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.+ Anche Matteo come Giovanni (cfr. Gv, 20), tende a sottolineare l’incredulità dei discepoli prima di un contatto diretto con il Risorto. Ancora una volta abbiamo conferma che la fede deve essere sostenuta dall’esperienza, in questo caso ciò avviene dopo un percorso di conformazione allo spirito delle beatitudini e di speranza nella resurrezione, mentre in Giovanni, la stessa cosa si realizza nella comunità raccolta in preghiera “nel giorno dopo il sabato”. +Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.+ Questo versetto fa capire indirettamente che il Padre ha consegnato tutta la sua volontà al Figlio. Infatti se è vero che lo Spirito rende efficaci sacramenti e santifica la Chiesa, lo è altrettanto che questo viene mandato da Gesù risorto (cfr. Gv 20, 22). + Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.+ Il verbo battezzare (dal greco βαπτίζω: immergere), assume per noi Cristiani un significato ben preciso, si tratta del rituale sacramentale per eccellenza. Ma, se volessimo tradurre letteralmente quello che è scritto in questi versetti, dovremmo riportare: “fate discepoli tutti i popoli immergendoli nel nome della Trinità…”. Nell’ecclesiologia orientale (dopo il concilio V. II anche per noi) la Chiesa è immagine del del Dio Trino ed Uno, dove il Vescovo e immagine del Padre, il presbitero del Figlio e la comunità intera segno di unione per mezzo dello Spirito. I battezzati sono dunque chiamati ad immergersi nella comunità cristiana, il segno efficace che ci permette di vivere già in terra nel mistero glorioso della vita divina: un anticipo del paradiso! Non c’è dunque vita battesimale senza partecipazione ecclesiale autentica (cioè vissuta nell’osservanza degli insegnamenti di Cristo) e questo dovrebbe far riflettere tutti. +Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».+ Matteo non cita direttamente l’ascensione, ma questo versetto ne rivela il senso più profondo: Egli ascende al cielo per essere vicino al cuore di tutti gli uomini, fino a quando non saremo al suo cospetto, oltre i limiti del tempo e dello spazio, nell’eternità beata della vita trinitaria: il mistero gioioso dell’Amore che pur donandosi totalmente non perde mai la sua sovrabbondante ricchezza. La Trinità: una riflessione personale. Uno o tre? Il principio di identità è alla base del pensare umano, Aristotele e Tommaso D’Aquino hanno basato molti dei loro raffinati ragionamenti su questa semplice e, solo apparentemente, ovvia affermazione: A è uguale ad A e non può essere B; Mario è Mario e non può essere Luigi. Eppure la nostra Fede ci fa professare Che Dio, pur essendo unico, è A, B, C: Padre Figlio e Spirito Santo, di conseguenza, almeno secondo questo fondamentale principio logico, l’affermazione che Dio sia uno e trino non possa essere vera. In realtà una legge resta tale solo all’interno di un sistema di riferimento delimitato, esempio: tutte le mele cadono verso il basso sulla terra, ma se fossimo in assenza di gravità su una stazione spaziale questa legge infallibile diventerebbe un’assurdità. Dio quindi può essere uno e tre, perchè per il suo sistema di riferimento questo è possibile. Proviamo a guardare alla nostra stessa natura e scopriremo che anche noi portiamo il segno di questa pluralità che diventa unità. I nostri emisferi celebrali “pensano” ed elaborano le percezioni e i ricordi in modo diverso a seconda delle situazioni, si scambiano i punti di vista e poi convergono verso una decisione (se va bene). Quante volte in noi combattono idee discordanti? Vi siete mai sorpresi a litigare con voi stessi perchè indecisi nel fare una scelta? Sapete che nel nostro cervello si trovano stratificate diverse aree evolutive che spesso lottano fra loro? Sperimentiamo questo quando la golosità lotta contro la consapevolezza che un dato cibo ci può far male o la voglia di dormire protesta contro il senso di responsabilità verso i nostri impegni. Come potete notare, pur essendo una sola persona, sperimentiamo nella vita quotidiana lo sforzo di far convergere, in una sola, diverse volontà. Gesù stesso aveva due volontà, una umana e una divina, armonizzarle è stato faticoso anche per lui, basta pensare al Getsemani. Ovviamente in Dio non c’è una divergenza nel volere, in quanto, la Volontà delle tre persone, converge verso il solo, unico e possibile, sommo Bene. Cosa è Il mistero della Trinità, se non una bellissima storia d’ Amore? È San Giovanni a identificare Dio con il termine “Agàpe”, intendendo con esso la completa offerta del “sé”, la totale donazione che scaturisce da un sentimento d’amore così profondo da rendere possibile qualsiasi sacrificio in vista del bene dell’amato. Se dunque Dio è Agàpe, come può avere per oggetto d’amore se medesimo? La pienezza dell’essere e della perfezione non può ulteriormente arricchirsi o migliorare, Egli non può che donare, anche perchè questa pienezza è sovrabbondante. La sua stessa natura esige un’alterità per cui essere. In questa prospettiva diventa semplice capire come il Padre, dall’eternità, genera il Figlio dalla sua stessa sostanza: “generare” amando ciò che si è fatto nascere, è nella natura divina dell’Amore. Conseguentemente, la risposta grata del Figlio non può che essere adorazione e lode. Questo Amore che procede dal Padre verso il Verbo ed è restituito totalmente come offerta di se nella lode, è lo Spirito Santo, consustanziale ai due: la pienezza del dono divino dato e offerto, accolto e gradito nella reciprocità. Nella coerente logica della gioia nel donarsi, Il circolo d’amore della Santissima Trinità e quindi Dio, non poteva restare chiuso in se stesso e doveva esprimersi necessariamente proiettandosi al di fuori dell’Unico. Così La creazione, a cominciare dall’umanità, è l’oggetto dell’Amore trinitario, amore che resta, anche in questo caso, totale e oblativo. Di questa Agàpe, Gesù ha lasciato una chiara testimonianza. Egli, in sintonia con la volontà del Padre, non ci ha voluto come fratelli di serie b ma, spogliandosi della natura divina, offrendosi sulla Croce e divenendo il primogenito dei risorti, ci ha resi suoi coeredi, figli adottivi, compartecipi del suo triplice ministero regale, sacerdotale e profetico. È lo Spirito della Pentecoste, lo stesso Amore dato dal Padre al Figlio e che questi manda a noi perchè l’accogliamo, a compiere l’opera di divinizzazione. Se è vero che siamo costretti tutti a passare attraverso il crogiolo della sofferenza lo è anche che siamo invitati a partecipare della stessa Gloria che è stata data a Cristo. Dio ci vuole rendere simili a lui, così Egli ci abbraccia nel suo Amore trinitario. Felice solennità del Dio uno e trino.

Amen.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci.


BUONA  DOMENICA

Puglia d’amare Quotidiano d’informazione

INFO/CONTATTI:   pugliadaamareonline@gmail.com

 

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