DISSEPPELLISCI IL “TUO” TESORO_di Fra Umberto Panipucci


FB_IMG_1502195716248_1502200483663

Puglia da amare Quotidiano d’informazione


DISSEPPELLISCI IL “TUO” TESORO

XXXIII Domenica del tempo ordinario (A)
Mt 25, 14-30


1137_vangelo


+In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.+ Questa celebre parabola segue nell’intento di quella che, nello stesso capitolo, la precede: esortare i discepoli nel mettere in pratica gli insegnamenti preziosi lasciati in eredità dal Maestro in vista della Vita futura. Se nella parabole del corteo delle vergini la saggezza consisteva nel acquistare presso i venditori l’olio per lampade, ovvero: esercitare la carità presso i poveri perchè la fiamma del Vangelo bruci ed illumini, questa volta la ricchezza da amministrare viene direttamente affidata dal Re, non si tratta perciò di un bene da conquistare, ma di un tesoro di Grazia che bisogna far fruttare. Questo bene da gestire viene rappresentato dal talento, il quale era un’unità di misura che equivaleva a circa 26-27 chili d’oro, solo uno rappresentava quindi una vera e propria fortuna! Quello che Dio ci dà è molto prezioso: la vita, i suoi insegnamenti, i sacramenti, la Grazia santificante, i carismi e tanto altro. Ci colpisce la differenza nella distribuzione di questi beni, i quali, secondo il testo, vengono distribuiti in base alle capacità. Non si tratta di una discriminazione, questo ricco possidente conosce bene i suoi servi e pur non fidandosi troppo dell’ultimo, gli affida comunque una quantità d’oro notevole, dimostrando così di voler scommettere su di lui contro i suoi stessi interessi. Così Dio non esclude nessuno dal suo progetto, anche a coloro che non vogliono accogliere la sua Grazia viene data la possibilità di arricchirsi dei tesori celesti. Questo evidenzia il “modus operandi” della sovrabbondante Misericordia divina, capace di donarsi anche a un cuore che la sprecherebbe. +Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.+ La scelta del ricco possidente si rivela ottima, l’uomo che ha ricevuto di più è anche quello che si impegna maggiormente per mettere a frutto le ricchezze affidate, così l’altro servo, anche se non con la stessa solerzia. Arriva il turno dell’ultimo che, in questo caso, non diventa primo. Questi compie un gesto difficilmente comprensibile per un uomo di oggi: sotterra il tesoro. Tale pratica era normale a quei tempi. Pur esistendo degli istituti atti a conservare ed amministrare i beni, come si evince da questo racconto, questi non avevano molte garanzie, ne consegue che il rischio più accettabile, per tenere al sicuro i propri averi, era quello di nasconderli. Nonostante ciò tale opzione non era quella scelta dal ricco possidente che, al contrario era disposto ad accettare il rischio in vista di un guadagno più grande. Inoltre, chi nascondeva beni per conto di un altro, poteva anche avere lo scopo malevolo di appropriarsene simulando un furto o uno smarrimento, nel caso il proprietario morisse all’improvviso, eventualità molto probabile all’epoca, infatti non c’era nessuna legge che puniva lo smarrimento di un bene di terzi, l’unica preoccupazione era quella di una possibile ritorsione da parte del legittimo proprietario. +Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.+ Il Padrone torna dopo “molto tempo”, questa sottolineatura serve a mettere in evidenza l’assoluta libertà con cui i servi fiduciari hanno potuto gestire le ricchezze affidate , infatti nessuna urgenza li ha vincolati nelle scelte, questo ribadisce un concetto molto presente negli insegnamenti di Gesù: Dio si vuole fidare di noi, anche quando non lo meritiamo. Il profitto non era stato patuito eppure entrambi restituiscono i beni ricevuti con il 100% di interessi, esattamente il doppio quindi. Essi hanno messo in gioco tutto ed hanno ricevuto altrettanto. È importante notare come le cifre enormi che i servi fedeli hanno gestito, sono definite dal padrone “poco”, così a stento possiamo immaginare quale sia stata la loro ricompensa, allo stesso modo non ci è possibile considerare quale gioia aspetta i “benedetti dal Padre”. Nessuno può ottenere simili profitti senza rischiare personalmente, così, allo stesso modo, gli uomini e le donne di Dio mettono in gioco tutto, anche la loro stessa vita, per il maggior profitto del regno di Dio: la Salvezza per il maggior numero di uomini possibile. +Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. + Dietro l’apparente ossequiosità, si nasconde tutta la doppiezza e la malignità dell’ultimo servo, il quale attribuisce al padrone caratteristiche che non gli appartengono affatto, infatti, dicendogli: “Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso.” non fa che dargli del bandito, attribuzione del tutto inadeguata nei confronti di un uomo che ha mostrato tanta generosa fiducia verso chi non la meritava. Un’altra accusa mossa dal servo verso il suo Signore, è quella di essere vendicativo e violento: eppure i beni affidati erano dati senza nessuna minaccia di ritorsione in caso di cattivo andamento degli investimenti. In realtà quest’uomo proiettava sul padrone quello che lui stesso era: un ladro, ingrato e spietato. Spesso molti di noi finiscono con l’attribuire a Dio caratteristiche che non gli appartengono, una di queste è proprio quella di un tiranno spietato o di un giudice. C’è un altro grande limite evidenziato nel talento sotterrato: la paura, quella che paralizza e ci chiude in noi stessi. Diventiamo così quella preziosa ricchezza seppellita: una strepitosa opportunità, stupidamente sprecata. +Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».+ Il padrone mette in rilievo le contraddizioni del servo: se questi avesse davvero temuto quel padrone così terribile, non avrebbe mai nascosto quel tesoro per esporsi a legittimi dubbi sulla sua onestà e, se si fosse davvero incapace di gestire quell’orp, si sarebbe affidato a degli abili investitori. Questo gli merita di essere definito imperdonabilmente pigro, in quanto non si sforza affatto di far fruttare quell’incredibile fortuna, e malvagio, perché oramai il suo intento fraudolento era stato svelato. È chiaro quello che la parabola vuol comunicarci: la nostra vita non ci appartiene, ma ci è affidata perché la sua ricchezza possa diventare un beneficio per tutti. In questo modo il suo essere irripetibile opportunità può portare i suoi frutti. Questa sovrabbondante Grazia può essere moltiplicata: più siamo disponibili, maggiormente diverremo strumenti eletti del Signore e i nostri carismi si moltiplicheranno per il sommo fine. Se la carità resta seppellita sotto le nostre paure e il nostro egoismo svanirà dalla nostra esistenza rendendoci sterili e tristi. Un anima che non ha amore nemmeno può riceverne, dalla sua stessa fonte ed è proprio questo a condannarla a un inconsolabile tristezza.

 

Felice Domenica
Fra Umberto Panipucci23244020_10214301395519949_9183992912726847395_n

 BENVENUTO
Fra Umberto  Panipucci

 dir. Crescenza Caradonna

 

Un pensiero su “DISSEPPELLISCI IL “TUO” TESORO_di Fra Umberto Panipucci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...